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Kosmoszen


Manifesto
per un riassetto delle cose spirituali

Vorremmo proporre un punto e a capo nello stato delle cose della nostra
pratica spirituale. Dove, il punto, potrebbe essere rappresentato da
questo precisa accezione di spirito: kosmos, al modo della lingua greca,
ovvero cosmo e l’ordine che lo tiene. Mentre l’a-capo, sarà sicuramente
quel senso di ricominciamento da cui il senso di manifesto di questo
scritto.

Per evitare inutili equivoci o pettegole critiche, diciamo subito che dalle
riflessioni che seguiranno non discende alcuna idea di insufficienza della
nostra pratica. Non si studia il dharma, anche alla maniera nella quale lo
si studia qui, perché manchi qualcosa al dharma, ma affinché l'uomo e la
donna che oggi, nelle nostre terre d'Occidente, lo incarnano, si sentano
situati e consapevoli. Ribadiamo con forza il rigetto dell'idea che lo Zen sia una cosa d'Oriente che cerchiamo di fare nostra, perlopiù scimmiottandola. Ecco perché, in queste pagine, si affrontano temi quali il Cristanesimo e la filosofia greca.

Quando diciamo pratica spirituale non parliamo di una parte di noi, una
fetta del nostro vivere, quanto di tutto il nostro vivere - che appunto è
cosmo - e - inscindibilmente insieme - dell’armonia e bellezza di questo
vivere stesso - che appunto è l’ordine che lo tiene -. Non, perciò, uno
spirito a cui farà da contrappeso un corpo, quanto la piena armonia di un essere che, proprio perché così intimamente kosmos, - cosmo e ordine - è ciò che è.

Prendendo a modello uno degli infiniti esseri che fanno questo kosmos,
l’essere umano, eccolo unità di processi fisici e non fisici, battito cardiaco
e processi mentali, corpo-mente-cuore. Nessun dualismo, dunque,
nessuna contrapposizione, poiché niente nei processi vitali è contrapposto ad alcunché. La vita è fluida ed ha una sola legge: tutto cambia. E in questo tutto che cambia ogni cosa trova il proprio equilibrio.
Proveniamo dal continente buddhista, dalla casa Zen, e la convinzione a
cui sempre più perveniamo è che non vi è garanzia alla sincerità del
cammino di ognuno; figurarsi a cercarla affidandosi alla sola venerabilità
della tradizione! Niente da dire sulla tradizione in quanto tale, a patto che sia quello che è: narrazione storica per intendere quel che è avvenuto.
Niente di più e niente di meno. Ad un fiore che si voglia far attecchire nel
nostro giardino, pur essendo quello che la propria linea di tradizione l’ha
fatto, interessa poco sapere quanto - su quelle determinate montagne o splendide valli - era rigoglioso; o il kosmos rappresentato dal nostro
giardino verifica tutte le condizioni necessarie a quella esistenza, oppure il nostro fiore dovrà modificarsi per non morire. Si chiama incubazione; si chiama attecchimento; si chiama dar vita ai morti. nota1

Ora questo fiore chiamato buddhismo zen è giunto nel nostro giardino.
Sono almeno cinquant’anni che vi è giunto. Ed ecco che, per lo più, non si sa bene ancora che farne tranne che la cosa più semplice ma, a noi
sembra, più inattuale e inefficace: continuare come se niente fosse con le tradizioni di provenienza!

Pure, ogni storia culturale e spirituale è lì per dirci che, forse, c’è una
riflessione da compiere. Nel cristianesimo, per esempio, è stata
necessaria la mirabolante opera paolina affinché divenisse poco
percepibile la matrice ebraica del messaggio evangelico; e, per quanto
riguarda il solco che ci interessa, quello Zen, è del tutto assodato
l’originale innesto - sul corpo del buddhismo indiano - di tesi taoistenota 2
È perciò solo a causa della pervicace miopia degli uomini che, oggi, non si ha percezione nettissima del fatto che se siamo qua a parlare di Zen è proprio perché quegli uomini in Cina non fecero - come fin qui noi - finta di niente!

Diciamo meglio. Ci pare evidente e perfettamente in luce come, nei
confronti delle tradizioni di provenienza di ogni insegnamento, sia solo in modo assai superficiale applicabile il quesito continuità o rottura;
dovendosi piuttosto mettersi in esercizio l’applicabile continuità e rottura.
Il primo approccio, difatti, che stiamo vedendo immobilizzare non pochi
centri di pratica a partire dai loro insegnanti, è per sua natura di matrice
concettuale e di ordine moralistico, in quanto mette in scena l’ipotesi di
una scelta che, di per se stessa, escluderebbe l’altra nota 3; il secondo
approccio è, invece, frutto sperimentale della nostra vita e opere. Ciò
vorrà dire, per noi, che a partire dal fuoco vivo della pratica dello zazen,
non trascureremo l’aspetto della continuità studiando ed investigando
opere e pensiero dei patriarchi ma, pure e necessariamente, opereremo
sul versante della rottura per tutto quanto concernerà le modalità fattuali dell’apprendimento, fino al senso da dare alla figura del maestro e della trasmissione.

Ci sembra di poter applicare, a questo nostro sforzo, che da qui fa il suo
primo passo, un’opportuna metafora attribuita all’insegnamento di
Buddha Sakyamuni. Si tratta della candela che ne accende un’altra.
Ebbene: come si applica qui il nesso continuità/rottura? Non si potrà
argomentare che si rifiuta l’aspetto tradizionale poiché è ciò che accende la seconda candela ma, neanche, che indifferentemente si continua come se ciò che arde ora non fosse un’altra candela. Ecco, dipenderà dalla cera di questa seconda candela - che siamo noi e il kosmos d’occidente dove la luce tenta d’illuminare - la sorte dell’insegnamento.

Ma ricominciamo dagli inizi. Dallo sbalorditivo incipit di Giovanni:

In principio era il Lògos, il Lògos era presso Dio e il Lògos
era Dio. (Gv 1,1-18)


Era percezione chiara dei Padri della Chiesa come il lògos giovanneo in
nulla differisse da quello proclamato da Eraclito (VI-V), il filosofo di Efeso.
Efeso in cui, secondo la tradizione, proprio fu redatto quel vangelo che da allora sarà detto di Giovanni.

Pensiero greco presocratico ed avvio della predicazione cristiana, dunque:
torna, difatti, e in modo clamoroso, l’identificazione in Meister Eckhart, il
maestro domenicano che tanti problemi avrà con la gerarchia
ecclesiastica. Dice Eckhart in un suo sermone a proposito di Eraclito:

Uno dei nostri più antichi maestri, che trovò la verità molto
tempo prima della nascita di Dio, prima che sorgesse la
fede cristiana.
nota 4 La verità è dunque nata in terra greca e parla così:

Per chi ascolta non me, bensì l’espressione [il Logos],
sapienza è riconoscere che tutte le cose sono una sola.
nota 5

È nostra impressione come, oggi, a duemila anni dall’inizio dell’avventura cristiana e duemilacinquecento da quelle parole greche, sia possibile ricominciare da lì svolgendole con il pettine buddhista.
A partire dal pensiero eracliteo, difatti, ci sembra di cogliere l’identica
opportunità che fu dei cinesi dell’epoca del Chan; lì la connessione dovette farsi con le profondità taoiste, qui, oggi, necessariamente con quelle greche. Non ne vediamo altre, del resto.

Scrive Luciano Mazzocchi, missionario saveriano animatore di una
comunità di dialogo Vangelo-Zen, a proposito dell’incipit giovanneo:

.. fu un gesto di audacia inaudita quello di scrivere una
pagina così, in quei tempi e in quell’ambiente! Certamente
fu lo stupore di una sintesi lungamente ricercata e
finalmente intravista, a suscitare in Giovanni l’audacia di
identificare il logos della filosofia greca, verbum in lingua
latina, con la persona e la vicenda umana di Gesù di
Nazaret. ‘In principio era il verbo, e il Verbo era presso dio
e il Verbo era Dio..’ Se oggi questa affermazione non fa
trasalire dallo stupore anche noi, è solo conseguenza
dell’abitudine.


Giovanni, il redattore del quarto Vangelo, era salito molto in
alto nella comprensione delle ultime prospettive
dell’esistenza. Da quell’altezza poté osservare che la
domanda di fondo della religiosità biblica e quella della
filosofia greca coincidono. nota 6


Se, da un lato, è pacifica l’appropriazione da parte degli evangelisti
cristiani delle speculazioni greche, resta da capire meglio cosa fa, del
pensiero del logos, un orto così fecondo tanto da far nascere il sospetto
che, anche col buddhismo-zen, da lì si debba ripartire.

La parola greca ‘logos’ significa ‘discorso’, ‘pensiero’, ma in
Eraclito essa assume il significato di ‘ragione’, nel duplice
senso presente anche nella lingua italiana: motivo profondo
per cui qualcosa avviene (la ‘ragione’ di un fatto) e facoltà
di comprensione da parte dell’uomo. nota 7
L’etimologia rimanda, come nel latino lego, al raccogliere elementi
altrimenti dispersi. Ebbene il nostro intendimento del sanscrito Dharma,
non è poi altra cosa. Da uno qualunque dei nostri testi, trovo la seguente definizione di Dharma:

Letteralmente: “ciò che sostiene”. La legge cosmica.
L’Ordine universale; per estensione la Dottrina del Buddha
che la predica agli uomini. Il Buddha è lui stesso una
emanazione del Dharma. Al plurale e senza la maiuscola
iniziale, i dharma designano gli elementi costitutivi dei
fenomeni materiali e fisici, sottomessi a questo ordine e
percepiti come distinti dalla mente. nota 8

Dove ciò che s’impone è l’equivalenza semantica tra Logos come motivo
profondo per cui qualcosa avviene (la ‘ragione’ di un fatto) e Dharma
come legge cosmica, ordine universale. Insomma stiamo parlando della
stessa radice!

Altrove e in altro momento presenteremo meglio questa che a noi appare a tutti gli effetti una rifondazione del nostro praticare il dharma in Occidente. Una cosa va però detta subito: siamo molto sensibili a quella prospettiva espressa così da Doghen:

Inverare le cose mettendo avanti se stesso: questa è illusione; partendo dalle cose inverare se stesso: questo è il risveglio. nota 9

Vogliamo dire che non avvertiamo quanto presentiamo qui per una
pubblica riflessione come il frutto di un sensazionalismo individuale
quanto, e piuttosto, come il sofferto maturato delle cose, cose alle quali o ci si riconosce adeguati, oppure il buddhismo - che ha una fondante
similitudine con la buona medicina che guarisce (cosa già in Epicuro ed il
suo tetrafarmaco) o con la zattera che traghetta -, perde d’efficacia.

Vicenza 1999/riveduto 2016 Shogaku Hakuho (Salvatore Sottile),
monaco del Centro Zen di Vicenza.
Note:
1 È quanto dice, Stephen Batchelor così: ..come occidentale, mi rendo conto di aver portato nel buddhismo una
prospettiva storica. Il testo si legge con profitto in Dharma-Trimestrale di buddhismo per la pratica e per il
dialogo, Anno I numero 1, Ottobre 1999
2 Nel 520 d.C., all’arrivo di Bodhidharma (circa 470-543) in Cina, considerato il primo patriarca di ciò che
diventerà lo Zen, il buddhismo era studiato e praticato da oltre quattrocento anni. Pure, solo con Hui-Neng, Eno
(638-713), sesto patriarca, l’insegnamento attecchì rigoglioso.
3 E qui è tristemente in opera l’amnesia nei confronti, per esempio, della dialettica coincidenza dei contrari
propria di Eraclito. Il nesso amo o non amo appartiene difatti a quel che questa coincidenza è divenuta nella
storia cristiana, ad eccezione dell’esperienza dei mistici che, difatti, a procurar scandalo, a tutte le latitudini ha
rimesso in scena proprio quella coincidenza. È del resto la nostra stessa esperienza esistenziale a suggerici che,
in effetti, amo e non amo.
4 Meister Eckhart, Prediche, Mondadori, Milano 1995, pp.11-15
5 Giorgio Colli, La sapienza greca – vol.III- Erclito, Adelphi, Milano 1980, p. 21
6 Luciano Mazzocchi in La stella del mattino, opuscolo della Comunità “Vangelo e Zen”, 16.11.99/15.01.2000
7 Marco Vannini, Il volto del dio nascosto, Mondadori, Milano 1999, p.45
8 Jacques Brosse, I maestri zen, Edizioni Borla, Roma 1999, p. 200
9 Giuseppe Jiso Forzani, Eihei Doghen, Il profeta dello Zen, Centro editoriale dehoniano, Bologna 1997, p.56

 
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